Le Anguane di S.Pietro Valdastico

streghe anguane quadratoA sentir parlare delle “Anguane”, vien fatto di chiedersi quale sia la versione che meriti il credito di una certa autenticità d’origine. Di interpretazioni ce n’è che basta per offrire il destro a uno studio di favolistica popolare, adatta alle esigenze di tutti.
Belle o brutte, bionde o corvine, filiformi o grassocce, benefiche o malefiche, canore o gracchiose…

Le Anguane erano tutto questo e anche peggio, se l’eccedenza degli aggettivi fosse qui ripetibile. Custodi delle valli, dei monti, dei torrenti, dei boschi, dei laghi, dei fiumi; su questo nulla da eccepire.

E’ sul loro “temperamento”, semmai, che non riesce sempre facile intendersi. […]

Se ne incontrano un po’ dovunque: a Lugo, a Calvene, a Chiuppano, a Caltrano, a Rocchette, a Meda, a Scalini, a Pedescala. Ma quelle tipiche, tipiche in senso assoluto, sono indubbiamente le Anguane di San Pietro Valdastico.[…]

Per le Anguane ogni cosa filò liscia fino a quando non arrivarono i preti a piantarvi le loro tende. […] Fu allora che, da entrambe le parti, si ingaggiò una lotta senza quartiere: i frati aspergendo acqua lustrale senza riserve e le Anguane piroettando in mille forme tentatrici.

A volte, al colmo della esasperazione, le maliarde si tuffavano nel “gorgo santo” (N.d.r. Cascatelle della Toretta, affluente dell’Astico, dove, a primavera, l’acqua zampillante che irrompe dal “Cógolo” modella sagome di danzatrici. Di qui più propriamente: “Gorgo delle Anguane”), per ricomparire di lì a poco con una folta schiera di affascinanti sirenette. Le quali, al suono di flauti e di oboi, cantavano e danzavano senza posa, baluginando sulle onde con movenze incantatrici.

Il canto risuonava nella valle come un irresistibile richiamo. Gli uomini, presi da improvvisa vertigine, venivano attirati come allodole. Non c’era verso di trattenerli. E non pochi, annebbiati dalle audaci proposte, rincorrevano le belle ninfe fin presso il gorgo. Era fatale che qualcuno vi si inabissasse per non più comparire.
I soli a restare immuni dagli influssi malefici erano naturalmente i frati e le donne: i primi in virtù dei salmi e dei digiuni, le seconde a motivo della loro stessa natura, che le escludeva in partenza da quel genere di incantesimi.

Fare una rassegna di ciò che escogitarono i tenaci a astuti frati, è veramente fuori di ogni descrizione. Erano bensì riusciti a scacciare le Anguane dalla “Scafa” incriminata, ma da anni non era possibile snidarle dall’Astico, sulle cui acque caprioleggiavano con estrema libertà e sicurezza. L’acqua era il loro regno indisturbato. Sembravano tutt’uno con essa.
Il padre guardiano che, all’occorrenza, si ricordava di essere considerato un benemerito delle soluzioni drastiche, riunì il capitolo e prescrisse di porre fine alle dotte disquisizioni: o si trovava immantinente il modo di estirpare le Anguane o avrebbe dato un altro giro di vite al già forzato digiuno.

I giorni trascorrevano affaticati e lenti, senza che una decisione convincente emergesse dall’eletto concilio. La fame pungolava i visceri e ottenebrava le menti dei poveri frati. Specie, quando a mezzogiorno, dall’attiguo ospizio giungeva sino a loro un impertinente profumo di zuppa, misto ad un allegro acciottolio di stoviglie. Fu così che i buoni frati rivolsero un pensiero all’umile e trascurato frate converso, addetto alla cucina dei pellegrini. Mai come in quel frangente l’illetterato servo fu cordialmente invidiato. Ma, un giorno, anche lui venne chiamato in capitolo, per esprimere un qualsiasi parere sull’intricata questione.
- Se il loro regno è l’acqua – disse frate Cuoco, che era la più semplice creatura di questo mondo -, la natura delle Anguane è logicamente acquatica. Ora l’acqua è nemica del fuoco, che è violento e vorace, come pure lo è il fuoco con l’acqua, che non sempre è umile e casta. Se prevale l’acqua, il fuoco si estingue. Se prevale il fuoco, l’acqua svapora. Alterna è la loro sorte. Provate il fuoco…

Fece uno svelto inchino e sgattaiolò fuori con gran sollievo: aveva i suoi pellegrini da rifocillare.
Il padre guardiano e tutto il capitolo trovarono che l’idea di frate Cuoco, per quanto semplice, non era affatto balorda. Anzi, tanto semplice quanto logica. Decisero per il fuoco, e il giorno dopo, che era la festa di Santa Walpurga (N.d.r. Protettrice contro le arti magiche. La notte tra il 30 aprile e il primo maggio – Notte di S. Walpurga – fervevano danze e fiaccolate che si protraevano fino all’alba), ordinarono alle donne di munirsi di torce resinose e di essere puntuali all’ora del vespro.

A certe imprese le donne ci stanno con tutto l’ardore dell’anima e del corpo. Affluirono al monastero con ghirlande di torce resinose e con l’animo deciso a stravincere.
All’ora convenuta lasciarono la chiesa e processionalmente risalirono l’Astico. Come sempre, nel preciso istante in cui il sole era appena sceso dietro il Bècco di Filadonna, le Anguane balzarono improvvise e snelle sull’onda. Svariavano di sfumature biancorosa, ammaliando gli uomini che accorrevano da ogni dove, attratti dal loro canto e dal fascino delle loro danze.

Quello che avvenne in quella sera è presto detto. Ad un segnale convenuto, centinaia di tizzoni accesi s’incrociarono come in una girandola di fuochi artificiali. E le Anguane, colpite dal fuoco, si dissolvettero in un leggero friggio vaporoso.
Frate Cuoco aveva colto nel segno: le incantevoli fate dell’Astico altro non erano che evanescenze di acqua e di spuma.

Tratto da Leggende dell’Altopiano di Asiago di Francesco Zanocco (Centro Editoriale Universitario)