Il Giacominarloch

il giacominerlochCi fu un tempo che, a percorrere di notte la strada di Cesuna, capitava spesso di sentire, poco lontano dal Pérghele, una voce di ragazza che implorava aiuto.
Nessuno però si era mai fermato e i più, assaliti dallo spavento, mutavano il cammino in corsa o il trotto in galoppo che, nell’opinione di tutti, era il ripiego più conveniente per il bene dell’anima e del corpo.


Solo Josel non riusciva a comprendere tale comportamento, che giudicava addirittura malvagio, e ribadiva con animosa convinzione che, se gli fosse accaduto di ascoltare le implorazioni della ragazza, non avrebbe certo esitato a porgerle aiuto.

Josel era un giovane boscaiolo del Lémerle, che lavorava tutto il giorno con animo lieto e con molto impegno, ma che all’occorrenza sapeva anche sistemare la scure nel tronco di un albero e andarsene in qualche contrada dell’Altopiano, dove più ferveva l’allegria di una festa paesana.

Fu appunto in una di queste circostanze che, di ritorno da Canove, la notte di San Marco, gli capitò di udire quella voce, che era stata poco prima oggetto dei pareri più discordanti e suggestivi insieme.

Era una splendida notte di luna, una di quelle fantastiche notti, frequenti nell’Altopiano, in cui le cime degli abeti, nimbate di una vivida luce metallica che dà nitore alle cose, creano riverberi e tremuli rabeschi dalle ombre azzurrate.

Preso un sentiero che si inoltrava nella selva di Cesuna, sentì la voce farsi più distinta, fino a che si accertò ch’essa saliva dalla voragine che molte volte avrebbe desiderato esplorare, a dispetto di tutti gli ammonimenti che gli erano stati rivolti.

Sceso il ripido sentiero, si distese bocconi sul ciglio roccioso e, con la testa nel vuoto, chiese alla voce chi fosse, donde venisse e cosa volesse.
E la voce, dopo un prolungato silenzio, che accrebbe la tensione di Josel, rispose di chiamarsi Giacomina, che veniva dal regno dei laghi e delle grotte e voleva rivedere l’Altopiano.
Josel, colto da incalzante fervore di agire, si dichiarò pronto ad aiutarla, purché gli dicesse esattamente cosa doveva fare per lei.
Giacomina gli spiegò di trovarsi sull’ultimo pianerottolo sporgente da una feritoia, e che non meno di sette braccia di corda sarebbero bastate per superare l’imprevista difficoltà di salita.

Riconfermato il suo proposito di aiutarla, Josel le raccomandò di pazientare quel tanto che occorreva per procurare ciò che era necessario alla delicata impresa. Quindi, alzatosi e ripercorso il breve sentiero e parte della mulattiera, si diresse verso un capanno, dove i boscaioli erano soliti depositare i loro attrezzi. E, prelevata una lunga fune, ritornò in due salti alla voragine. Ne assicurò un capo a un abete e, calandone l’altro, si profuse in raccomandazioni e avvertimenti, affinché tutto si svolgesse nel migliore dei modi.

Giacomina ringraziò calorosamente e, rispondendo con esattezza alle istruzioni date, si dichiarò pronta a risalire.
Josel tirò lentamente la corda, aspettando con trepidazione di vedere finalmente la tanto discussa ragazza che tutti avevano sfuggita. E quando in un alone di luce, che rischiarava l’ampio declivio, ne vide comparire le forme snelle e delicate, capì subito che doveva trattarsi di una splendida creatura quale difficilmente era dato d’incontrare.

Raggiunta la superficie, Giacomina fece per abbracciare il suo liberatore ma, colta da improvviso malore, gli si afflosciò tra le braccia. Adagiatela sull’erba, Josel stette assorto a contemplarla,
chiedendosi a quale stirpe poteva mai appartenere una ragazza dall’incarnato argenteo e dai capelli fosforescenti di un tenue verde vegetale.
Fu così che, assalito da due opposti sentimenti che gli giungevano di fuggire e di restare, non ebbe altra scelta che mordersi le labbra, com’era sua abitudine, fino a che la ragazza, svegliatasi di soprassalto al primo canto del gallo, scomparve atterrita nella voragine.

* * *
Col cervello frastornato da mille pensieri, Josel riprese il cammino di casa, giungendovi con una faccia così triste e corrucciata che nessuno dei suoi, già desti per il lavoro, osò chiedergli qualcosa.
Da allora si fece sempre più scontroso e solitario, e anche con gli amici abituali, che erano i più allegri e burloni della compagnia, non riusciva a trovare l’usuale spensieratezza. Finché un giorno, caricatosi sulle spalle il suo sacco di montagna, andò difilato alla voragine, con la ferma decisione di realizzare il suo piano, il più folle che leggenda, a memoria d’uomo, abbia mai tramandato.

Ritrovò ancora la corda saldamente annodata e, calatosi, si arrestò esattamente sul pianerottolo antistante la feritoia, come aveva spiegato Giacomina.
Accesa una torcia di resina, infilò uno stretto cunicolo, imboccando successivamente  una galleria che scendeva a spirale lungo un profondo inghiottitoio.
Camminò con passo accorto fino a quando una luce improvvisa, dischiudendogli un vasto orizzonte trafitto di riflessi e trasparenze luminose, gli consentì persino di correre e saltare con l’agilità di un capriolo, raggiungendo in breve una vasta spiaggia, da dove lo spazio si dilatava tra un labirinto di laghi e di fiumi alimentati da altissime cascate.
Lo sguardo spingeva il passo, ovunque più forte o nuova era l’attrattiva. La bellezza misteriosa di quel mondo incantato variava ad ogni istante: qua enormi rampe di basalto imboccavano ampi saloni tappezzati di lamelle cristalline, là terrazze belvedere si aprivano su laghi di smeraldo e su una fitta maglia di rivoli zampillanti da nicchioni costellati di fregi a forma di pan di zucchero o rivestiti di cristalli aghiformi; dovunque luce o fuoco dai mille riflessi cangianti come in un magico caleidoscopio. 

La meraviglia, prevalendo incontrastata, bandiva la stanchezza, e Josel non avrebbe conosciuto sosta, se il sopraggiungere della sera non gli avesse suggerito di cercarsi un rifugio.
Pervenuto ad una grotta, designò di trascorrervi la notte che già precipitava da un cielo ormai stinto. Ma, sul punto di varcare la soglia, ecco che riudì la voce di Giacomina che lo scongiurava di ritornarsene da dove era venuto, perché gli elfi stavano tramando la sua rovina.
Per nulla preoccupato, Josel rispose che era venuto di proposito per ritrovarla e aiutarla a realizzare il suo sogno.
Allora Giacomina, uscita dal buio di un antro e fattasi incontro a Josel, lo sollecitò a seguirla perché in quel luogo spirava aria d’insidia. Si allontanarono di buon passo e, arrivati che furono in prossimità di una rupe precipite sull’immensità di un lago, Giacomina spiegò a Josel che ivi era la sua dimora, ancora per poco immune dall’assalto degli elfi.

Percorso un lungo corridoio, entrarono in una sala sfavillante di luce che, oltre a diffondere calore, ne metteva in risalto ogni particolare: era una sala rotonda, dal soffitto costellato di diamanti e rivestita di drappi tarsiati in oro e argento.
Nel mezzo una tavola imbandita di laute pietanze invitava a sostare… Il che fece Giacomina rivolta all’ospite coraggioso.
Josel trovando tutto ciò molto strano, si scusò dicendo che era abituato a cibi molto semplici e frugali, e quel poco di pane e formaggio che aveva portato con sé gli sarebbe bastato per sostentarsi.

Al deciso rifiuto, Giacomina proruppe in un pianto dirotto, ma, placatasi, si accinse a raccontare la sua storia.

* * *
Era la figlia di Hèberle, il più abile boscaiolo che l’Altopiano avesse mai avuto, quegli che da solo era riuscito ad abbattere gran parte dell’inviolabile selva di Cesuna. Ciò aveva provocato l’ira degli elfi, che furono pertanto costretti a rifugiarsi in quel regno di laghi e di grotte.
Un mattino di primavera, mentre era intenta a cogliere i suoi fiori prediletti sugli spalti assolati del Pérghele, le si fecero incontro alcuni coboldi che le offrirono anèmoni e ranuncoli profumati e appariscenti quali non aveva mai visto, e di cui non avrebbe mai immaginato l’esistenza. Ma appena ne ebbe aspirato il profumo fu colta da profondo sonno.
Al risveglio si era ritrovata in quel regno incantato, che tuttavia non riusciva a distoglierla un solo istante dai suoi pensieri per i suoi cari, la sua casa e le sue montagne inondate di verde e di sole.

Pianse e scongiurò di essere lasciata libera, ma tutti erano sordi al suo dolore.
Un giorno che ebbe fame la invitarono a un suntuoso banchetto, il cui cibo e le cui bevande ebbero l’effetto di assopirla nuovamente per lungo tempo.
Quando si ridestò, si accorse che la pelle si era fatta argentea e i capelli fosforescenti di un tenue verde vegetale, come le alghe che abbondavano nelle insenature meno agitate dalle correnti.

Capì allora che la sua sorte era segnata: nel breve giro di due solstizi si sarebbe trasformata in un’anguana, destinata come tutte le anguane ad assumere forma e aspetto bellissimi ma evanescenti, per popolare la Val d’Astico e adescare gli uomini.
Si era già rassegnata a quel destino, quando una notte sentì diffondersi dall’alto un suono festoso di campane. Fu così che, colta la disperata nostalgia, decise di salire la voragine. Ma, come giunse all’ultima cengia, non trovò la scala né alcun appiglio per poterne uscire.
Allora gridò e invocò, ma nessuno sembrava udirla. Gridò e invocò fino all’alba, fino a quando il gallo la costrinse a ridiscendere.
In seguito ritentò l’impresa e quella notte, grazie all’aiuto di Josel, mentre stava per riuscire nel suo intento, ecco nuovamente il canto del gallo che l’obbligava ad inabissarsi.

* * *
Josel ascoltò sbalordito lo strano racconto e assalito da un dubbio le chiese come avrebbe dovuto interpretare il suo invito, quando lei stessa ne aveva subito il magico potere, da cui sembrava non potersi mai più svincolare. Ma Giacomina chiarì subito che nessuna malvagità scalfiva il suo cuore, ancora libera dalla spietata aridità da cui erano colpite le anguane e che, al contrario, lo voleva aiutare.

Ora che gli elfi e le anguane, passando dal decreto all’ordine di esecuzione, avevano distrutto le rampe delle cento voragini, urgeva trovare un’altra via d’uscita.
E gliela avrebbe indicata, purchè accettasse il suo invito e il suo consiglio di aspettare il pieno scioglimento delle nevi, che avrebbe alimentato i fiumi e i laghi. Sarebbe allora passata da quella spiaggia la nave delle evanescenze addormentate: erano le anguane dell’isola dei sogni, il cui risveglio avveniva improvviso nel vortice delle acque che irrompono nel gorgo della Torra.
Anche lei, una volta salita, si sarebbe addormentata, per ritrovarsi anguana per sempre.

Molte occasioni le si erano offerte ad anticipare quell’evasione disperata, ma a distorgliela fu sempre la paura di rimanere deformata ai piedi, come capitava a quasi tutte le anguane al passaggio della strettoia, dove l’acqua di base prorompeva dalla còvola. Ciò le era stato svelato da un cobòldo che, a differenza degli altri, aveva nutrito per lei un sentimento di pietà e di affetto veramente sinceri. E concluse il suo racconto con un prolungato sospiro che tradiva la profonda incertezza di attuare il suo piano. Josel, ritrovato il suo antico umore, la confortò, assicurandole che una soluzione già maturava nella sua mente, e si fidasse di lui.

* * *
Non passò molto tempo che, in seguito allo scioglimento delle nevi, scorsero la nave delle evanescenze addormentate che teneva la riva. Vi salirono in fretta, Josel portando con sé un carico di alghe e muschio che aveva precedentemente raccolto, e presero posto sul banco di prua.
Non appena la nave riprese la corrente, Giacomina fu ghermita dal sonno.

Josel, senza perdere un istante, si mise all’opera e, intrecciando alghe e muschio, fissò in una appiombatura arricciata i piedi di Giacomina. Fece appena in tempo a saldare l’ultimo trefolo che già la nave, trascinata da una rapida, si inclinava sempre più verso la soglia d’imbocco, da cui filtrava una vivida lama di sole.
Ancora una frazione di tempo, e le anguane avrebbero effettuato il loro salto nella luce naturale del giorno, libere di volteggiare sulle onde dell’Astico, coi piedi caprini rivolti per sempre all’indietro, come voleva il destino.

Ma Giacomina, per l’abilità e il coraggio di Josel, si ritrovò libera e incolume.
Allora, presa da irrefrenabile gioia, si mise a saltare e a cantare come ai tempi della sua spensieratezza, quando coglieva i suoi fiori prediletti sulle assolate balze del Pérghele.
Passato il primo fervore e stabilito il da farsi, Josel e Giacomina presero un sentiero che costeggiava la riva sinistra del torrente e, superatone il breve tratto, imboccarono la strada polverosa che saliva verso un bel paese inondato di sole e con le case intonacate di calce e festose di gerani.
Era San Pietro Valdastico.

Riconosciuto il luogo, Josel non riusciva però a spiegarsi come fosse cambiato dall’ultima volta che vi era sceso per la festa del patrono. Altrettanto si chiedeva Giacomina. Ma né l’uno né l’altra trovarono il coraggio di scambiarsi quello che avevano in animo di dire. E fattisi molto pensierosi attaccarono la montagna dalla parte della Val d’Assa, fino a raggiungere Canove.

Qui la meraviglia fu ancora più grande che a San Pietro perché, all’infuori del vecchio campanile, tutto era mutato: i sentieri erano diventati strade e il bosco aveva ceduto all’invasione dei pascoli.
Sempre sorpresi e taciturni si avviarono alla volta di Cesuna e, deviando per il Pérghele, vollero rivedere di sfuggita la voragine.
Come vi giunsero, notarono subito che la roccia era più scura, il declivio più dirupato e il bosco meno fitto di quando l’avevano visto l’ultima volta. Ma quello che maggiormente attrasse la loro attenzione fu un masso sbozzato a guisa di lapide, che portava incise queste parole:

In dizar tir loch
Zo vennen Giacomina
Is-se smariert Josel
Wàllemar vo’ Lèmerle.

Seguiva una data che chiarì tosto molte cose. Allora Josel e Giacomina, parlandosi con gli occhi, compresero che il tempo, nel regno dei laghi e delle grotte, era trascorso per entrambi in maniera diversa da quello degli altri mortali, e che si trovavano nel contempo giovani di vent’anni e vecchi di secoli, e con qualche segno indelebile nel corpo; specialmente di Giacomina, dall’incarnato argenteo e dai capelli fosforescenti di un tenue verde vegetale.

Tratto da Leggende dell’Altopiano di Asiago di Francesco Zanocco (Centro Editoriale Universitario)