La Ghertelina

 

la ghertelinaA chi, di primavera inoltrata, capitasse di percorrere la Val d’Assa, nel tratto in cui si allarga notevolmente tra le opposte dorsali del Rosspòan e delle Frattelle, non è improbabile sia dato coglierne d’istinto l’aspetto più appariscente e remoto. Forse lo stesso che dovette riflettere la prima impressione negli occhi e nell’anima di coloro che, nei tempi andati, vi presero possesso.

Perché, proprio in questo tratto, più che altrove, prorompe, in un trionfo di fiori e di piante, il più assortito rigoglio della valle.. Di qui il nome che ne designò il luogo: un giardino, anzi un piccolo giardino, come glielo impone il suffisso cimbrico, dal tono però più affettivo che diminutivo, dato che il Ghértele, nell’opinione di tutti, fu sempre considerato il più grande e il più bel giardino dell’Altopiano.

In questo giardino, un giorno lontano lontano, che si sperde nel buio dei tempi, comparve una splendida fanciulla. L’aggettivo, sancito dall’uso, apre la serie di innumerevoli altri aggettivi, volti tutti a magnificare le doti di Ghertelina del Ghértele.

La sua comparsa coincideva con una promessa fatta dai primi abitanti dell’Altopiano e accolta dal dio Thor. Promessa non meglio identificata. Ma, a quanto sembra, doveva trattarsi di fedeltà alle tradizioni avite.
Come Ghertelina ebbe fissata la sua dimora, il Ghértele fu degno di questo nome. Fiori vivaci e appariscenti trapuntavano il verde tappeto della valletta che, in breve, divenne il più bello e il più prezioso giardino del mondo. [..]

Ma non era solo questa la meraviglia del Ghértele. La più grande, la più impensabile, la più insospettata, la più strepitosa era che nessun mortale poteva attraversare il Ghértele con in cuore pensieri di odio o solo anche di rancore verso il suo prossimo. Il profumo dei fiori si trasformava allora in un potente sonnifero, e chi ne fosse stato colpito sarebbe piombato in un lungo sonno ristoratore.

Fu così che l’Altopiano godette lunghi anni di pace. Scendessero dal Nord popoli agguerriti e prepotenti, giunti al Ghértele, venivano sistematicamente debellati. Nessuna via di scampo. Il sonnifero effluvio, sospinto da un improvviso vento garbino, puntava a monte, inesorabilmente. […]
Dire che la gratitudine e la riconoscenza erano profondamente radicate nel cuore e negli animi di tutti gli alpigiani è dire poco. Ghertelina era la coscienza di tutti. A tal segno che nessuno poneva dubbi sugli intendimenti del suo prossimo. Non si conoscevano intrighi di sorta, e ognuno era felice del suo proprio stato.
L’unica a non esserlo era però Ghertelina. Non certo per il gran bene che rendeva all’Altopiano, bensì per una dura condizione che il destino le aveva imposto: d’ora in avanti avrebbe dovuto difendersi dalle curiosità, anche le più innocenti e irrilevanti, degli uomini.[…]

Un giorno si sparse la voce che Ghertelina doveva essere ammalata. Non si udiva più la sua voce, e i fiori del Ghértele sembrava avessero perso del loro primitivo colore. Tuttavia, per quanto se ne parlasse, nessuno era capace di trovare il modo di chiarire la grave situazione.
Solo a Jéchele, un giovane di Roana, venne in animo di fare qualcosa. Ma tacque con tutti.
Jéchele era un abile suonatore di liuto, e tutte le contrade dell’Altopiano se lo contendevano, in occasione soprattutto delle feste che si facevano all’inizio e alla fine di ogni stagione. Peccato che al suono più non si accompagnasse la sua voce, che era stata altrettanto bella. Jéchele l’aveva perduta un giorno insieme con la sua famiglia e la sua casa, distrutte da una valanga.

Una notte chiara di luna, Jéchele si portò sotto il poggio e, dopo aver rivolto un pensiero al cielo, cominciò a suonare, ricavando dal suo prodigioso strumento accordi d’incomparabile bravura e ispirazione.
Ben presto tutta la valletta si riempì di quel suono, e sembrò a Jéchele che altri infiniti suoni scaturissero dai guzzi argentei del torrente, simili a un delicato contrappunto di note cristalline. L’eco ne completava l’effetto. Pareva che una misteriosa orchestra di archi si fosse congiunta, come in un dialogo, all’arpeggio del liuto. Pareva che una profonda energia d’amore vincolasse con magico potere tutte le forze del creato.
L’ultimo accordo stava per dileguarsi nel silenzio cicostante, quando una voce meravigliosa si levò a cantare. Era Ghertelina che, sulle stesse note del liuto, modulava questa canzone:

Schön is’ höran ‘z Vöghele
Un luzen de sain Baislen
Ba ‘z machet au hia in Ghertele
Singanten au vor in Raislen.
(N.d.r. “Bello è udire l’uccelletto / e ascoltare le sue piccole melodie / che fa quassù al Ghértele, / cantando per i ramoscelli”)

Jéchele, passando da uno stato di felicità a quello di giubilo, riprese il motivo iniziale. Ne fece scaturire alcune variazioni, di una fluidità melodica sorprendente. E l’invisibile orchestra del Ghértele riprese a collegare l’incantevole dialogo.
Al termine di un accordo, che supplicava un invito, la stessa voce, modulando le stesse note del liuto, riprese a cantare:

Iz deme Manne pòchet
Ba ghet nagene ‘me Nesten.
Klaget stark un loket,
vludanten a Plumen un Estlen.
(N.d.r. “Esso l’uomo rimprovera / che va vicino al piccolo nido. / Si lagna fortemente e chiama, / volando sopra fiori e rametti”)

Colto da profonda commozione, Jéchele trasse dal suo strumento accordi e arpeggi ancor più meravigliosi. La grazia d’ispirazione era traboccante e la felicità non aveva confini. Era un’invocazione affidata alla morbida risonanza del liuto. Era una dichiarazione d’amore che assorbiva tutto il profumo dei fiori e lo sospingeva a Ghertelina del Ghértele. La quale, per la terza volta, riprese a cantare:

Laz stên ‘z Vöghele stille
Un ‘z Nestle ba ‘z prut,
as-te bill haban kille,
nütz an Herze von gut.
(N.d.r. “Lascia tranquillo l’uccelletto / e il piccolo nido ove esso cova. / Se lo vuoi fidente, / usa un cuore da buono”)

Probabilmente a Jéchele, rapito da quell’incanto, era sfuggito il significato implorante delle parole. Perché, varcati i confini, si manifestò a Ghertelina.
Fu così che da quella notte tutto cambiò al Ghértele. I fiori svuotati del loro profumo appassirono, e dalle strade del Nord si mossero gli invasori. Da allora l’Altopiano non conobbe più pace, e dovette difendersi contro il nemico con le proprie forze e con il proprio coraggio.
Nella notte tra il trenta e il primo maggio, giorno della sua festa, qui al Ghértele, sembra succedere un fatto strano: per un istante la valletta è percorsa da un effluvio di rose, e due voci, accompagnandosi sul liuto, intonano una canzone d’amore.

 Tratto da Leggende dell'Altopiano di Asiago di Francesco Zanocco (Centro Editoriale Universitario)